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Approfondimenti

The Day After… Fiori nel Deserto: un racconto di vita e di speranza

La toccante testimonianza della mamma di Paolo,un bimbo affetto da una patologia neuromuscolare

Mettetevi un po’ nei miei panni. Ho superato da poco la trentina e sei mesi fa hanno diagnosticato a mio figlio di quattro anni una grave forma di patologia neuromuscolare.

È stato come trovarsi al centro di un’esplosione termonucleare, cadere in un deliquio e poi risvegliarsi poco dopo, col cuore a pezzi, in un mondo disabitato, pieno di rovine e con l’aria satura di vapori venefici.

Niente era più come prima. Detestavo le altre mamme, felici coi loro bambini, mentre io cercavo inutilmente una qualsiasi logica in quanto era successo. Poi un bel giorno, all’improvviso, il quadro si è fatto chiaro, nitido. Ero davanti a un bivio: morire definitivamente o provare a rinascere, continuare a disperarmi o aiutare Paolo con tutte le mie forze, inventandomi un coraggio che ancora non avevo. Ho scelto.
Pian piano, cadendo e rialzandomi, sono ripartita. Il mio compagno ha reagito alla catastrofe, è rimasto al mio fianco, ma è terribilmente fragile e alle volte mi chiedo se da solo ce la farebbe mai a sostenere la baracca. Intanto ho riorganizzato la mia routine quotidiana.

Per ora la malattia di Paolo rimane inguaribile, ma in attesa di una cura, le mie uniche medicine sono i suoi sorrisi, l’aver messo sull’altare il carpe diem e l’ammazzarmi di lavoro per non dare alcun spazio a frustranti cavalcate mentali.
Così, nella nuova esistenza, mi sono ritrovata con più sudore, più lacrime, più sangue ma meno shopping compulsivo, meno Grandifratelli in tivù e meno chiacchiere futili.

Ho la consapevolezza di essere da sola, in un universo in cui non trovano più spazio partner, amici, soddisfazioni e gioie. Infatti sono troppo occupata a spiare i (pochi) progressi e i (tanti) regressi di mio figlio, a entrare e a uscire dagli ospedali, a trascurare quella spada di dolore conficcatasi in permanenza nel petto, a indossare maschere di pseudoallegria.

Però anche a me, come ad altre sfortunate mamme, sorelle di sventura, si è schiusa infine la famosa “diversa prospettiva”: non già lo sterile equilibrio compensativo di cui si parla spesso in questi frangenti, bensì una profondità di pensiero e un’intensità di vita da lasciarmi talvolta senza fiato. Inaspettatamente sono nate un paio di margherite nel Sahara. Ne sono orgogliosa.

E adesso lasciatemi andare. Il mio angelo ha bisogno della sua mamma.

A cura di U.I.L.D.M Sezione di Torino
www.uildmtorino.org

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